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Model Context Protocol: cos’è e a cosa serve

Cos'è il Model Context Protocol (MCP): lo standard aperto che collega i modelli AI a file, database e API. Guida pratica con esempi e Claude Code.

Un assistente AI, da solo, sa solo conversare. Non legge i tuoi file, non interroga il database aziendale, non apre una issue su GitHub. Per fargli fare queste cose serviva, fino a poco fa, scrivere un’integrazione su misura per ogni strumento. Il Model Context Protocol (MCP) risolve esattamente questo: è uno standard aperto che collega i modelli AI a dati e strumenti esterni con un unico linguaggio comune, invece di mille connettori diversi.

In questa guida spiego cos’è MCP, il problema che affronta, com’è fatto dentro e come lo si usa in pratica con Claude Code e Claude Desktop.

In breve: MCP è stato annunciato da Anthropic il 25 novembre 2024 come standard open source. La documentazione ufficiale lo paragona a una “porta USB-C per le applicazioni AI”: un connettore unico al posto di tanti adattatori proprietari.

Cos’è il Model Context Protocol

Il Model Context Protocol è uno standard aperto per collegare le applicazioni AI ai sistemi dove vivono i dati: file locali, database, motori di ricerca, strumenti aziendali, flussi di lavoro. La definizione ufficiale è netta: MCP serve a far accedere il modello alle informazioni che gli servono e a fargli compiere azioni nel mondo esterno.

L’analogia che usa la documentazione è la presa USB-C. Prima esisteva un cavo diverso per ogni dispositivo; con uno standard unico, colleghi tutto allo stesso modo. MCP fa lo stesso per l’AI: chi costruisce uno strumento lo espone una volta secondo il protocollo, e qualunque applicazione compatibile può usarlo. Costruisci una volta, integri ovunque.

Il problema che risolve

Prima di MCP, ogni collegamento tra un modello e una fonte dati era un lavoro a sé. Volevi far leggere a Claude le tue issue di Jira? Codice dedicato. Lo stesso per Postgres, per Slack, per il filesystem. Il risultato era una matrice di integrazioni che cresceva in fretta e si rompeva a ogni cambiamento.

Lo standard ribalta l’approccio. C’è un protocollo solo, e due ruoli: chi possiede dati o strumenti li espone tramite un server MCP; chi costruisce l’applicazione AI la rende un client MCP capace di parlare con qualunque server. Da quel momento i due lati si trovano senza accordi su misura: un server scritto per Claude funziona anche con un altro client compatibile, perché parlano la stessa lingua.

L’architettura essenziale: host, client, server

MCP segue un’architettura client-server con tre attori, definiti così nella documentazione ufficiale:

  • Host: l’applicazione AI che coordina tutto. Claude Code, Claude Desktop e Visual Studio Code sono host.
  • Client: il componente che mantiene la connessione con un server e ne raccoglie il contesto per l’host. L’host crea un client per ogni server a cui si collega, con una connessione dedicata.
  • Server: il programma che fornisce contesto e azioni. Può girare in locale sulla tua macchina o da remoto su una piattaforma cloud.

Sotto il cofano ci sono due livelli. Il livello dati definisce il protocollo di scambio, basato su JSON-RPC 2.0, con la gestione del ciclo di vita e le primitive. Il livello di trasporto stabilisce come passano i messaggi: stdio per i server locali (comunicazione diretta tra processi sulla stessa macchina) e Streamable HTTP per i server remoti, con autenticazione via OAuth, token o chiavi API.

Cosa espone un server: le tre primitive

Un server MCP mette a disposizione del client tre tipi di “primitive”. Tenerle distinte aiuta a capire cosa può fare davvero:

  • Tools (strumenti): funzioni eseguibili che il modello può invocare per compiere azioni — operazioni su file, chiamate API, query su database.
  • Resources (risorse): fonti di dati che forniscono contesto, come il contenuto di un file, righe di una tabella o risposte di un’API.
  • Prompts: modelli riutilizzabili che strutturano l’interazione, ad esempio prompt di sistema o esempi few-shot.

Il client scopre cosa offre il server con metodi di tipo tools/list, poi esegue con tools/call. Se i tool cambiano durante la sessione, il server invia una notifica e il client aggiorna l’elenco senza dover ripartire da capo.

Esempi concreti di server MCP

Al lancio Anthropic ha pubblicato server già pronti per sistemi diffusi: Google Drive, Slack, GitHub, Git, Postgres e Puppeteer. Da lì il catalogo è cresciuto. Qualche caso pratico:

  • Filesystem: il server di riferimento per leggere e scrivere file locali. Gira in stdio, quindi parte sulla stessa macchina dell’host.
  • Database: un server PostgreSQL espone uno strumento per le query e una risorsa con lo schema delle tabelle, così il modello sa com’è fatto il database prima di interrogarlo.
  • API e servizi remoti: il server MCP di Sentry, ad esempio, gira sulla piattaforma Sentry come server remoto via HTTP, e permette di chiedere all’AI quali errori sono più frequenti nelle ultime 24 ore.

Lo schema si ripete: un sistema che già esiste viene affacciato dietro un server MCP, e da quel momento è raggiungibile da qualunque assistente compatibile.

Come si usa con Claude Code e Claude Desktop

Qui la teoria diventa pratica. In Claude Code aggiungi un server con un comando. Per un server remoto via HTTP:

claude mcp add --transport http sentry https://mcp.sentry.dev/mcp

Per un server locale in stdio passi il comando da eseguire dopo il doppio trattino, ad esempio per interrogare un database PostgreSQL:

claude mcp add --transport stdio db -- npx -y @bytebase/dbhub \
  --dsn "postgresql://readonly:pass@host:5432/analytics"

I comandi di gestione sono altrettanto diretti: claude mcp list elenca i server configurati, claude mcp get <nome> mostra il dettaglio di uno, e /mcp dentro la sessione controlla stato e autenticazione OAuth.

Ogni server può stare a tre livelli di visibilità (scope): local (predefinito, solo per te nel progetto corrente), project (condiviso col team tramite il file .mcp.json nel repository) e user (disponibile in tutti i tuoi progetti). Lo scope project è quello che rende il setup riproducibile: chi clona il progetto trova già gli stessi strumenti.

Claude Desktop funziona allo stesso modo: i server si configurano nel file claude_desktop_config.json, ed esiste un comando per importare in Claude Code i server già impostati nel Desktop. Lo stesso protocollo, due porte d’ingresso.

Una cautela utile. La documentazione invita a verificare di fidarsi di ogni server prima di collegarlo: un server che recupera contenuti esterni può esporre a rischi di prompt injection. Vale la stessa attenzione che si presta a una qualsiasi dipendenza di terze parti.

Perché è uno standard aperto (e perché conta)

MCP nasce open source, ma il punto che gli dà solidità è arrivato dopo. Il 9 dicembre 2025 Anthropic ha donato il protocollo alla Linux Foundation, all’interno della Agentic AI Foundation, una iniziativa co-fondata con Block e OpenAI e sostenuta tra gli altri da Google, Microsoft, AWS, Cloudflare e Bloomberg.

Tradotto: il protocollo non dipende più da una singola azienda. È governato in modo neutrale rispetto ai fornitori, con manutentori che continuano a raccogliere il contributo della comunità. Per chi costruisce strumenti è una garanzia concreta: investire su un server MCP significa appoggiarsi a uno standard condiviso, non a una scommessa su un prodotto. Non a caso lo supportano già assistenti come Claude e ChatGPT e strumenti di sviluppo come Visual Studio Code e Cursor.

Se il tema degli agenti che lavorano con strumenti esterni ti interessa, ho approfondito i meccanismi correlati in altri due articoli: gli agenti AI in parallelo e il fan-out dei subagent e cosa sono le Claude Skills. MCP è il pezzo che collega questi agenti al mondo reale.

In sintesi

Il Model Context Protocol è lo strato che mancava: un modo standard, aperto e governato da una fondazione neutrale per collegare i modelli AI a file, database, API e strumenti. L’architettura è semplice da tenere a mente — un host coordina più client, ognuno parla con un server che espone strumenti, risorse e prompt — e l’uso in Claude Code o Claude Desktop si riduce a un comando di configurazione. Chi sviluppa smette di scrivere integrazioni usa e getta; chi usa l’AI ottiene un assistente che lavora davvero sui propri dati. Costruisci il server una volta, lo colleghi ovunque.