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Il Manifesto Hacker: ‘il mio crimine è la curiosità’

L'8 gennaio 1986, The Mentor scrisse il testo fondativo della cultura hacker. Un manifesto che parla ancora oggi.

L’8 gennaio 1986, un hacker appena arrestato dall’FBI scrisse un testo di nemmeno 500 parole. Lo pubblico’ su Phrack, una delle prime riviste elettroniche dell’underground informatico. Non poteva sapere che quel testo sarebbe diventato il documento fondativo di un’intera cultura.

Chi era The Mentor

Il suo nome reale era Loyd Blankenship. Nella scena hacker era conosciuto come The Mentor, membro del gruppo Legion of Doom, uno dei collettivi hacker piu’ attivi degli anni ’80. Non era un criminale nel senso che intendiamo oggi: non rubava numeri di carte di credito, non estorceva denaro. Faceva quello che facevano gli hacker di quella generazione: entrava nei sistemi per curiosita’, per capire come funzionavano, per il piacere intellettuale di superare una barriera tecnica.

Il giorno del suo arresto, Blankenship scrisse “The Conscience of a Hacker”, conosciuto anche come “The Hacker Manifesto” o semplicemente “Il Manifesto”. Lo pubblico’ nel numero 7 di Phrack, phile 3.

Il testo

Il Manifesto e’ scritto in prima persona, con un ritmo che cresce fino a diventare un grido. Blankenship racconta la sua storia come quella di un ragazzino intelligente intrappolato in un sistema educativo che non lo capisce:

“Sono entrato a scuola oggi… Ho ascoltato l’insegnante spiegare per la quindicesima volta come ridurre una frazione. L’ho capito. ‘No, signora Smith, non ho mostrato il mio lavoro. L’ho fatto a mente…'”

Il ragazzino scopre il computer. Finalmente qualcosa che funziona come dovrebbe, che fa quello che gli chiedi, che non ti giudica. E poi scopre la rete. E i suoi simili:

“E’ successo… un mondo si e’ aperto… navigando attraverso la linea telefonica come l’eroina attraverso le vene di un dipendente, un impulso elettronico viene spedito, un rifugio dalla incompetenza di ogni giorno viene cercato… un forum viene trovato. ‘Questo e’ il posto… qui mi sento a casa…'”

Il crimine della curiosita’

La parte centrale del Manifesto e’ un atto d’accusa contro chi criminalizza la conoscenza. Blankenship elenca quello che gli hacker fanno e come la societa’ reagisce:

“Esploriamo… e ci chiamate criminali. Cerchiamo la conoscenza… e ci chiamate criminali. Esistiamo senza colore della pelle, senza nazionalita’, senza pregiudizio religioso… e ci chiamate criminali.”

E poi la frase che e’ diventata il motto di un’intera generazione:

“Si’, sono un criminale. Il mio crimine e’ la curiosita’. Il mio crimine e’ giudicare le persone per quello che dicono e pensano, non per come appaiono. Il mio crimine e’ essere piu’ furbo di voi, una cosa che non mi perdonerete mai.”

Non e’ modestia. Non e’ nemmeno arroganza fine a se stessa. E’ la frustrazione di qualcuno che sa di essere intelligente, sa di non fare nulla di male nel senso profondo del termine, e si ritrova in manette perche’ ha varcato un confine che lui non riconosce come legittimo.

Il contesto degli anni ’80

Per capire il Manifesto, bisogna capire il momento in cui fu scritto. Nel 1986, il mondo dell’informatica era in piena trasformazione. I personal computer esistevano da pochi anni. Internet come la conosciamo non esisteva ancora: c’erano le BBS, i servizi come CompuServe e le reti universitarie.

Le leggi erano inadeguate. Il Computer Fraud and Abuse Act americano era stato approvato solo l’anno prima, nel 1984, e nella sua prima versione. Le autorita’ non capivano cosa stavano perseguendo: per loro, entrare in un computer altrui era come entrare in una casa. Per gli hacker, era come leggere un libro in una biblioteca che qualcuno aveva dimenticato di chiudere a chiave.

La tensione tra queste due visioni e’ il cuore del Manifesto. E, a quasi quarant’anni di distanza, non e’ ancora risolta.

L’influenza culturale

Il Manifesto entro’ nella cultura popolare in modo permanente. Il film “Hackers” del 1995, con Angelina Jolie e Jonny Lee Miller, lo cita esplicitamente: il protagonista lo legge sullo schermo del suo computer come un testo sacro. Il film non era un capolavoro, ma per una generazione di ragazzini fu il primo contatto con l’idea che gli hacker potessero essere gli eroi, non i cattivi.

Il testo e’ stato tradotto in decine di lingue. E’ stato stampato su magliette, tatuato su braccia, citato in tesi di laurea e in aule di tribunale. E’ diventato un rituale di passaggio: se entri nella cultura hacker, prima o poi lo leggi, e ti riconosci in quelle parole.

La distinzione fondamentale

Il contributo piu’ importante del Manifesto e’ aver tracciato una linea tra due concetti che il mondo esterno confondeva (e spesso confonde ancora): la curiosita’ e la criminalita’. Blankenship non nega di aver violato sistemi. Ma sostiene che la motivazione conta. Che entrare in un sistema per capire come funziona e’ diverso da entrare per rubare o distruggere.

Questa distinzione e’ alla base di tutto quello che e’ venuto dopo: la differenza tra white hat e black hat, tra penetration testing e hacking malevolo, tra security researcher e cybercriminale. Non e’ una distinzione semplice, e i confini non sono sempre netti. Ma l’idea che esista una differenza nasce qui, in questo testo di 500 parole scritto da un ragazzo appena arrestato.

Quarant’anni dopo

Rileggo il Manifesto oggi e trovo che ha invecchiato sorprendentemente bene. La frustrazione del ragazzino intelligente in una scuola che non lo stimola, la scoperta di un mondo di simili attraverso la rete, lo scontro con un sistema che non distingue tra curiosita’ e crimine: sono temi ancora attuali.

Quello che e’ cambiato e’ il contesto. Oggi esistono canali legali per fare quello che The Mentor faceva illegalmente: CTF, bug bounty, piattaforme di pratica. Ma la tensione di fondo resta. E ogni volta che un security researcher viene denunciato per aver segnalato una vulnerabilita’, ogni volta che qualcuno viene perseguito per aver guardato troppo a fondo dentro un sistema, il Manifesto torna attuale.

“Potete fermare questo individuo, ma non potete fermarci tutti… dopotutto, siamo tutti uguali.”

Aveva ragione. Non li hanno fermati.