La cattedrale e il bazaar: come gli hacker hanno inventato l’open source
Dal saggio di Eric Raymond del 1997 alla nascita del movimento open source: due modelli di sviluppo che hanno cambiato il software.

Nel maggio del 1997, Eric Raymond presentò un saggio a un congresso Linux in Baviera. Si intitolava The Cathedral and the Bazaar e sarebbe diventato uno dei testi più influenti nella storia dell’informatica. Non perché contenesse idee tecniche nuove, ma perché metteva in parole qualcosa che stava succedendo sotto gli occhi di tutti senza che nessuno l’avesse ancora formalizzato.
Due modelli, due filosofie
Raymond descriveva due modi di sviluppare software, usando due metafore architettoniche.
Il primo era la cattedrale. Un progetto software gestito come la costruzione di una cattedrale gotica: un architetto capo che disegna tutto, un piano preciso, rilasci rari e curatissimi, codice sorgente visibile solo al team di sviluppo. L’esempio perfetto era GNU Emacs sotto la guida di Richard Stallman — un editor di testo straordinario, ma sviluppato con un controllo centralizzato quasi ossessivo.
Il secondo era il bazaar. Un mercato caotico dove tutti possono partecipare, dove le versioni escono continuamente (“release early, release often”), dove il codice è aperto a chiunque voglia leggerlo, modificarlo, criticarlo. L’esempio era Linux, il kernel che Linus Torvalds aveva cominciato a sviluppare nel 1991 come progetto personale e che nel 1997 era già diventato un sistema operativo serio, sviluppato da migliaia di persone sparse per il mondo che non si erano mai incontrate di persona.
La legge di Linus
Il cuore del saggio era una osservazione che Raymond battezzò “Legge di Linus”: given enough eyeballs, all bugs are shallow — con abbastanza occhi che guardano, tutti i bug diventano banali.
L’idea era semplice ma controintuitiva. La saggezza convenzionale dell’ingegneria del software diceva che più persone lavorano a un progetto, più aumenta la complessità e il rischio di errori (la legge di Brooks: “aggiungere personale a un progetto in ritardo lo fa ritardare di più”). Linux dimostrava il contrario: con il codice aperto a tutti, qualcuno con la competenza giusta avrebbe sempre trovato il bug che gli altri non vedevano.
Non era magia. Era statistica. Se hai mille sviluppatori che leggono il codice, ognuno con esperienze e competenze diverse, la probabilità che un bug passi inosservato crolla. Il modello cattedrale concentra il rischio su pochi occhi. Il bazaar lo distribuisce su migliaia.
L’effetto Netscape
Il saggio di Raymond sarebbe potuto restare un testo accademico interessante. Invece, cambiò la storia dell’industria software. E il merito fu di Netscape.
Nel 1998, Netscape stava perdendo la guerra dei browser contro Internet Explorer di Microsoft. Explorer era gratis, preinstallato su ogni PC Windows, e Netscape non riusciva più a competere. Il 22 gennaio 1998, Netscape annunciò una decisione che fece tremare l’industria: avrebbe rilasciato il codice sorgente del suo browser. Il progetto si chiamava Mozilla.
Frank Hecker, l’ingegnere Netscape che scrisse la proposta interna, citò esplicitamente il saggio di Raymond come ispirazione. La cattedrale non funzionava più — bisognava provare il bazaar.
Fu un momento spartiacque. Per la prima volta, un’azienda quotata in borsa adottava il modello open source non per idealismo, ma per strategia di sopravvivenza. Il segnale era chiaro: se Netscape lo faceva, chiunque poteva farlo.
La scissione: software libero vs open source
La decisione di Netscape scatenò un dibattito che dura ancora oggi. Da un lato c’era Richard Stallman, fondatore della Free Software Foundation, per cui il software libero era una questione di libertà — libertà di usare, studiare, modificare e redistribuire il codice. La GPL, la licenza che Stallman aveva creato, garantiva queste libertà con una clausola “virale”: se usi codice GPL nel tuo progetto, il tuo progetto deve essere GPL a sua volta.
Dall’altro lato c’erano Raymond e altri come Bruce Perens, che nel febbraio 1998 fondarono la Open Source Initiative. Il loro argomento era pragmatico: il termine “free software” confondeva le aziende (in inglese “free” significa sia “libero” che “gratuito”), e l’enfasi sulla libertà spaventava i manager. Meglio parlare di “open source” e concentrarsi sui vantaggi pratici: codice migliore, meno bug, sviluppo più veloce, costi inferiori.
Stallman non la prese bene. Per lui, rinunciare alla parola “libero” significava rinunciare al principio fondamentale. “Open source è un modello di sviluppo. Free software è un movimento sociale,” ripeteva. Aveva ragione, tecnicamente. Ma il treno era partito, e il termine “open source” vinse la battaglia del linguaggio.
Chi ha vinto, e come
Oggi, nel 2026, il verdetto è chiaro: l’open source ha vinto. Ma non nel modo in cui nessuno dei due campi immaginava.
Linux è ovunque. Gira sul 96% dei server web mondiali, su ogni dispositivo Android, sulla maggior parte dei supercomputer, sulle auto, sugli elettrodomestici connessi, nello spazio (il rover Perseverance su Marte usa Linux). Git, il sistema di controllo versione creato da Torvalds nel 2005, è diventato lo standard assoluto. GitHub, acquistato da Microsoft nel 2018 per 7,5 miliardi di dollari, ospita oltre 200 milioni di repository.
Le grandi aziende tech sono oggi tra i maggiori contributori open source. Google ha rilasciato Kubernetes, TensorFlow, Android. Meta ha rilasciato React, PyTorch. Microsoft — la stessa Microsoft che negli anni Novanta chiamava Linux “un cancro” per bocca del suo CEO Steve Ballmer — è oggi il maggior contributore su GitHub.
Ma Stallman non ha avuto torto a preoccuparsi. L’open source aziendale funziona in un modo che il movimento per il software libero non aveva previsto: le aziende rilasciano codice open source, ma lo integrano in servizi cloud proprietari. Amazon prende il codice di Elasticsearch, lo offre come servizio su AWS, e i creatori originali non vedono un centesimo. È legale, è permesso dalla licenza, ma non è esattamente la libertà che Stallman aveva in mente.
Il saggio che cambiò tutto
Rileggere The Cathedral and the Bazaar oggi fa un effetto strano. Molte delle sue osservazioni sembrano ovvie — ma lo sembrano proprio perché il saggio ha contribuito a renderle tali. L’idea che il codice aperto produca software migliore, che il rilascio frequente sia preferibile a quello raro, che la collaborazione distribuita funzioni meglio del controllo centralizzato: sono tutti principi che oggi diamo per scontati.
Raymond scrisse quel saggio perché voleva capire perché Linux funzionava. Finì per accelerare una trasformazione che ha ridefinito l’industria del software. Non male per un testo di venti pagine presentato a un congresso in Baviera.

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